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Sospesi nel vuoto

architettiveronaVALSORDA PONTE TIBETANO

un’opera singolare e fuori dall’ordinario, realizzata per la valorizzazione turistica dei luoghi, è l’occasione per  un dialogo serrato tra architettura e ingegneria

testo di Ilaria Zampini
foto di Diego Martini

 

ponte01“Quando gli angeli si accorsero che gli sventurati uomini non potevano superare i burroni e gli abissi per svolgere le loro attività, e si tormentavano, si guardavano e si chiamavano invano vicendevolmente da una sponda all’altra  al di sopra di quei punti  piegarono le loro ali e la gente cominciò a passare su di esse.”
Ivo Andricˇ, Il ponte sulla Drina

ll ponte tibetano è l’opera-bandiera di un ampio progetto per il comprensorio Valpolicella-Corno d´Aquilio, sostenuto dalla Regione Veneto e dalla Comunità Montana della Lessinia grazie ai finanziamenti della Comunità Europea, e che comprende oltre al ponte una serie di interventi sui sentieri e sul recupero dell’architettura minore.

Il ponte collega i due comuni di Marano di Valpolicella e di Sant’Anna d’Alfaedo (che hanno condiviso il progetto) ai lati della Valsorda, una delle parti più a sud del parco della Lessinia, al confine con la zona montana della Valpolicella: un territorio ora economicamente depresso per l’abbandono delle attività tradizionali. Inserito in un sistema di sentieri, alcuni dei quali creati ex-novo per consentirne l’accesso, il ponte vuole favorire la frequentazione di questa zona agli appassionati di escursioni in montagna, infatti è percorribile senza difficoltà e senza bisogno di attrezzature specifiche.ponte02

L’inaugurazione del primo maggio 2012 ha rivelato un’opera spettacolare, che a pochi mesi dalla sua apertura ha già ottenuto un ampio successo di pubblico e di popolarità nei media, arrivando ben oltre i confini nazionali. Ci racconta il progettista, l’architetto Fabio Pasqualini, che gli agriturismi nelle vicinanze da quando c’è questo ponte si sono riempiti di turisti, per lo più stranieri, escursionisti e appassionati provenienti specialmente dal nord Europa, dove è parimenti una rarità.

Sospeso tra le opposte sponde, il ponte è sostenuto da quattro funi del diametro ciascuna di 22 millimetri; la campata lunga 52 metri si eleva ad un´altezza massima di 40 metri dal fondo della Valsorda e dal sottostante Rio Mondrago. Il camminamento è largo 70 centimetri con un corrimano posto a 120 centimetri, e consente il passaggio contemporaneo di due persone che si incrociano. Oltre all’evidente carattere spettacolare, il progetto è stato incentrato sulla sicurezza del manufatto: l’ingegner Roberto Castaldini ha curato particolarmente l’elevata resistenza strutturale del manufatto,  calcolato per sostenere più di cento persone allineate, e la freccia di flessione centrale, cioè il punto di flessione a carico massimo rispetto al piano di calpestio normale, è di due metri e mezzo.

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Ci sono due percorsi per raggiungere la passerella, uno più impegnativo dal basso, da Molin del Cao, che segue il corso del torrente, e l’altro dall’alto partendo da Malga Biancari, da dove scendiamo accompagnati da Fabio Pasqualini, che nel frattempo ci illustra le scelte progettuali. Dopo una passeggiata nel bosco abbastanza impegnativa in una giornata piovosa, inerpicandoci per un tratto in discesa e poi di nuovo in salita, arriviamo finalmente alla passerella. Qualche brivido l’attraversamento ce lo regala, sarà la sensazione dell’oscillazione sotto il nostro peso, sarà l’impalcato in metallo forato dal quale cogliamo tutta l’altezza sul ruscello sottostante, l’andatura un po’ malferma che prendiamo aggrappandoci ai corrimano laterali, fatto sta che arriviamo sull’altro lato con un certo batticuore e una grande emozione, soddisfatti di aver affrontato qualche difficoltà per arrivare fin lì. Ma già quando ci giriamo su noi stessi per ripercorrerlo all’indietro, la sensazione di timore svanisce lasciando il posto a una vaga esaltazione per trovarsi in un luogo così singolare. Da qui si apre infatti un panorama mozzafiato, una splendida vista della valle sottostante, una diramazione della Valle di Fumane che dalla località Ca’ de Gottolo porta fino alla frazione di Mondrago. Il ruscello che scorre sul fondo ha originato passaggi, grotte e marmitte spettacolari, che ne hanno fatto un luogo di grande interesse.

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Nelle foto precedenti e a lato:
vedute del ponte tibetano nel contesto della Valsorda e nel’uso correlato alla fruizione turistica; Sezione della vallata e prospetto laterale.

 

La Valsorda taglia il territorio da est ad ovest, divenendo un limite al passaggio dalla Valpolicella ovest alla Lessinia. Il ponte pedonale, disposto in direzione nord-sud, vuole essere un tramite per superare questa barriera, ponendosi in continuità con i percorsi che da Marano di Valpolicella e Purano portano alla frazione di Ca’ dei Iovi e, attraversando la valle, conducono alle gotte di Camparso nel comune di Sant’Anna d’Alfaedo e a tutta l’alta Lessinia. La pendenza è variabile dai 90 gradi delle pareti rocciose a strapiombo ai 40 del pendio, e sono comunque impegnativi per qualsiasi escursionista. Il percorso dalla parte bassa della Valsorda è attrezzato con scale in ferro, corde di sicurezza ed è ben segnalato, ma, a causa dell’umidità in alcuni passaggi o per la pioggia, le rocce sono molto scivolose e quindi è percorribile solamente da esperti. Fabio Pasqualini ci spiega le intenzioni del progetto, che ha voluto prescindere dall’idea di instabilità associata a questo genere di strutture, per ricercare un linguaggio forte di dialogo con la natura circostante. Il rapporto creativo tra architetto e strutturista talvolta è diventato un tiro alla fune, arrivando però a un’ottima sinergia e a un costante dibattito tra le ragioni della statica e quelle del disegno.

ponte06L’architetto ha cercato di mettere in evidenza con il colore gli elementi strutturali, vale a dire i “muscoli” che tengono salde alle sponde quest’opera. I “muscoli” e le “antenne” sono entrati nel linguaggio tecnico architettonico del progetto, significando i primi la necessità di lasciare in piena vista

i tensionatori e le pulegge, proprio per esorcizzare la precarietà e mostrare la forza dimensionata della struttura. Le funi portanti hanno un tensionatore a testa fusa: ovvero la corda ed il tensionatore sono fusi insieme e si collegano al basamento tramite una puleggia. Le “antenne” sono le due porte alle estremità del ponte, e rappresentano l’inizio e la fine dell’intervento, una sorta di limite che circoscrive il nuovo dalla natura incontaminata. Il ritmo delle lame verticali e l’uso del rosso come colore dominante serve a mostrare ancor più la personalità dell’intervento in dialogo e nello stesso tempo estraneo dal contesto.

Nella scelta del sito era stata valutata la possibilità di impostare il ponte ad una quota più elevata, in modo da aumentarne la luce a circa 110 metri. Per ragioni strutturali  si sarebbero dovuti inserire dei cavi di controventatura che avrebbero contaminato la pulizia del segno che si staglia nella valle.

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Infine la scelta di evitare il legno o parapetti in corda, è stata dettata sia da questioni legate alla manutenzione e alle problematiche del vandalismo, ma anche per inserire materiali zincati che in certi momenti della giornata, dato l’orientamento est-ovest della valle, potessero far risaltare il ponte all’alba e al tramonto. Per la realizzazione dell’opera è stato indispensabile l´intervento dell’elicottero, che ha trasferito da una sponda all´altra una parte consistente dei materiali di cantiere, e che ha inciso sui costi per circa il 15% dell’importo dei lavori.

Il ponte tibetano sulla Valsorda è un sogno diventato realtà, un’opera che rappresenta una sfida per gli ideatori e gli enti che l’hanno sostenuto: l’espressione eloquente e creativa della sfida dell’uomo con la natura, la sua capacità di assoggettarla progettando e costruendo uno spazio in cui due sistemi si incontrano.

Ponte tibetano: cos’è

L’aspetto funzionale di un ponte ne ha spesso messo in ombra il significato estetico e simbolico, che emerge particolarmente nel ponte tibetano della Valsorda. Il ponte tibetano ha infatti origini antichissime. Presso i popoli primitivi si ritrovano dei ponti elementari di funi o di legno, in forma di semplici travi o di strutture sospese. La necessità di costruire simili strutture nacque dalla natura stessa dei luoghi, nelle zone di montagna dove erano presenti fiumi e fossati. La prima generazione di ponti sospesi è quella dei ponti a catenaria primitivi realizzati con corde o con catene di ferro, presenti in Cina, in Tibet e nella zona himalayana.

Gli Inca nel Sud America costruirono ponti sospesi in corda, attorcigliando fibre vegetali per ottenere cavi di grande spessore. Le passerelle dell’Himalaya e delle Ande hanno una somiglianza straordinaria tra loro, data dal fatto che la forma è la conseguenza diretta dell’uso delle corde. Sono tutti ponti del tipo a catenaria, ossia il passaggio avveniva  sopra le corde che costituivano i cavi principali, o su una piattaforma di tavole poste sopra le corde stesse. Ai lati, in alto, altre corde fungevano da passamano, unite a loro volta ai cavi principali tramite fili trasversali, che consentivano loro di funzionare congiuntamente.

ponte08Dalla disposizione e dal numero delle funi impiegate dipendeva la forma della struttura che nel tempo subì un evoluzione, diventando sempre più complessa. Da un’unica corda con un cesto scorrevole per permettere il passaggio di una persona, si passa a due corde in modo da poter camminare su una e aggrapparsi all’altra; successivamente si arriva alla caratteristica forma a “V” con tre corde che resero questo sistema più sicuro, offrendo due corrimano. Il passaggio successivo è quello di collegare a brevi intervalli i due cavi superiori al cavo inferiore, per ottenere un sistema tubolare continuo, facilitando così la percorrenza. Si passa poi ai ponti composti da un vero e proprio impalcato costituito da elementi trasversali in legno o canne di bambù appoggiati su alcune corde, impalcato molto flessibile e deformabile con il peso dei passanti.

Si comprese che se l’impalcato era appeso ai cavi di sospensione con dei tiranti verticali la forte flessibilità veniva ridotta. Risultato che si otteneva anche sostenendo l’impalcato con funi rettilinee inclinate, che partendo da vari punti si ricongiungevano all’estremità di sostegni verticali posti alle due testate del ponte. Sono i primi esempi di sospensione a “catena” e tiranti verticali, e il sistema della sospensione a stralli, così come vengono definiti oggi i cavi inclinati di sospensione a cui viene appeso un impalcato. Si trattava naturalmente di ponti dalla portata molto limitata, la cui stabilità dipendeva unicamente dalla capacità delle corde di sopportare gli sforzi di tensione, corde costituite da 

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fibre vegetali che sottoposte a continue sollecitazioni si rilassavano richiedendo una costante manutenzione. In Asia due colonne girevoli all’estremità delle passerelle consentivano di riportare i cavi al giusto grado di tensione. L’introduzione del ferro risolse questo tipo di problemi, i primi ad usarlo furono i cinesi e i tibetani tra il I e VI secolo d.C., come ci viene riportato dai racconti dei viaggiatori cinesi dal VI secolo in poi. Le corde erano sostituite con catene composte da anelli di ferro o da barre connesse tra loro con dei cavicchi, l’ancoraggio avveniva ora su delle vere e proprie torri in muratura. In Europa si iniziarono a costruire ponti sospesi solo a partire dal XVIII secolo e si svilupparono nel XIX secolo, i primi sono ponti militari provvisori sospesi a mezzo di corde, secondo alcuni documenti risulta che alcuni di questi erano realizzati con catene. Il più lungo ponte tibetano realizzato in Italia si trova nell’Appennino pistoiese, è lungo 200 metri ed è stato costruito più di un secolo fa. Una tecnologia tanto sviluppata come quella dei ponti sospesi in Cina e nell’Himalaya è ormai persa quasi totalmente, prova di ciò il fatto che il governo del Nepal tempo fa ha dato incarico a una società di progettazione svizzera di studiare una serie di passerelle sospese utilizzando le tipologie del ponte a catenaria e ponti con impalcato sospeso mediante pendini. Ponti che sono stati poi costruiti in tutto il paese. (I. Zampini) n

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3 comments

  1. Amabilia Sergio

    sono il responsabile coordinatore per il comune di Thiene di un gruppo di camminatori denominato CITh Camminare Insieme Thiene, il nostro raggio di azione è tutta la pedemontana veneta con sentieri di 300/400 m di dislivello e della durata di 4-5 ore, ora sono venuto a conoscenza del ponte tibetano e vorrei notizie più precise e eventuali cartine, premetto di conoscere la zona dato che sono già stato al parco delle cascate e al ponte di Veia e vorrei portare il gruppo per un giro da voi, il mio indirizzo è:
    AMABILIA SERGIO
    VIA SAN GIROLAMO 9
    36016 THIENE VI
    cell. 3456464510
    e-mail serama@alice.it

  2. riomas

    segnalo agli amici di Thiene il sentiero di Marezzane nel comune di Marano Valpolicella, che porta tra l’altro alle grotte e al ponte,
    http://www.valpolicella2000.it/a/?page_id=104

  3. Umberto

    Se può servire per invogliare alla gita…ho “confezionato” questo breve video…
    http://youtu.be/HSJJi2NF4mM
    🙂
    Buone passeggiate!

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