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Valpolicella cenni storici

La Valpolicella, più che una valle, è un ventaglio di piccole valli, digradanti verso sud dai Monti Lessini all’Adige  dalle colline alle spalle di Verona al Monte Baldo. Favorita da un ottimo clima, dalla dolcezza del paesaggio e dalla presenza di diffuse sorgenti d’acqua,la Valpolicella è sempre stata intensamente abitata, dai tempi più remoti, ed è stata scelta a partire dal Rinascimento, come luogo di villeggiatura, da numerose famiglie nobiliari veronesi e veneziane, che vi hanno costruito eleganti ville classiche circondate da giardini e parchi.

Proprio questo nobile e armonioso equilibrio fra paesaggio agrario, che unisce vigne e olivi, muri a secco e corti rustiche, un sereno ambiente naturale, fatto di dolci colline, torrenti, boschi e prati e infine una ricca tradizione storico e artistica con decine di chiese antiche e altrettante ville venete ne fanno una terra di straordinario fascino, un luogo elettivo della cultura italiana.

Fin dall’antichità la Valpolicella si è fatta apprezzare per la produzione di vino pregiato e per l’abilità nella lavorazione del marmo e della pietra, attività che sono ancora oggi alla base dell’economia del territorio e che si sono conservate adattandosi alle esigenze dei tempi nuovi senza perdere le loro preziose peculiarità: anche oggi come all’epoca dell’imperatore romano Augusto, il vino della Valpolicella è di grandissimo pregio e ottenuto con l’appassimento delle uve. Ancora oggi il marmo rosso di Verona è apprezzato nel mondo e la pietra in lastre, con cui sono stati costruiti l’Arena di Verona e molti palazzi veneziani, ha conquistato l’architettura più moderna.

Terra ospitalela Valpolicella: un tempo ha accolto nobili signori, poeti ed artisti e oggi si è dotata diffusamente di strutture alberghiere e di ristoro moderne e magnificamente inserite nell’ambiente.

La storia della Valpolicella parte da lontano: risalgono a più di cento mila anni fa le prime tracce della presenza e sono state rinvenute al Ponte di Veia, mentre di poco posteriore è la frequentazione della Grotta di Fumane, abitata , praticamente senza interruzione, per più di cinquantamila anni, prima dall’Uomo di Neanderthal, poi dall’Homo Sapiens, che vi ha lasciato anche frammenti di pietra dipinta di ocra più di trentamila anni fa. Col passaggio dalla caccia all’agricoltura  cioè dal Paleolitico al Neolitico le tracce si fanno più diffuse, ma meno precise: molto ben documentata è invece l’età del Bronzo, che vede in Valpolicella una corona di villaggi fortificati su altura, i cosiddetti castellieri (secondo millennio a. C.). Numerosi sono pure i villaggi dell’età del Ferro (primo millennio a. C.), sia nella zona montuosa (in una casetta di pietra nei dintorni di Sant’Anna d’Alfaedo, a quasi mille metri sul livello del mare, è stato trovato un deposito di quasi duecento chili di frumento), sia ai piedi delle colline e in prossimità dell’Adige: a Castelrotto, in una casetta nei pressi di una bottega di vasaio, sono stati trovati vinaccioli di vite coltivata, risalenti a circa 2500 anni fa.

Nella stessa epoca, e anche durante la dominazione romana,la Valpolicella è abitata da una popolazione, gli Arusnati, dotata di una certa autonomia e di proprie divinità (una dea Lualda, il dio Cuslano, il Sole ela Luna) ignote nel resto della romanità, ma documentate in alcune iscrizioni ritrovate soprattutto a San Giorgio. La produzione e il commercio di vino e di pietre da costruzione erano fiorenti. Sono emersi resti di due colossali ville del tardo Impero: la parte signorile di una grande villa, con bei pavimenti a mosaico, a Villa di Negrar e la parte rustica di un’altra colossale villa fra San Pietro e Fumane: alcuni ambienti hanno un sistema di riscaldamento a ipocausto, evidentemente per seccare dei prodotti, quasi certamente per appassire l’uva.

Passa qualche secolo e al posto dei templi sorgono chiese e cappelle: a San Giorgio le lapidi votive romane sono riutilizzate come capitelli o basi di colonne dell’antica chiesa che, come testimonia l’iscrizione sulle colonnette del ciborio ora collocato sopra l’altare, era già attiva e ben dotata all’epoca del re longobardo Liutprando (prima metà dell’VIII secolo). Ma la continuità col mondo antico è comune a molte altre chiese della zona, chiese che vengono tutte ricostruite dopo il disastroso terremoto del 1117: è un periodo di grande sviluppo demografico ed economico, tanto che quasi tutti gli insediamenti di oggi sono già presenti nei documenti del XII secolo e costituiscono una rete di una trentina di piccoli comuni rurali alle prese prima con i signori feudali, quali ad esempio il Monastero di San Zeno, poi col Comune di Verona. Proprio al Comune di Verona si deve il nome Valpolicella: i suoi funzionari venivano in zona non lungo la strada trentina (l’attuale Statale 12), ma percorrendo verso monte il fiume Adige e sbarcando nel porto di Pol, vicino a Pescantina, per recarsi ad amministrare la giustizia civile e a riscuotere le tasse, nei primi tempi, nella chiesa di Ospedaletto e più avanti nel palazzo del Vicariato a San Pietro in Cariano.

Col dominio del Comune di Verona si moltiplicano i contatti della Valpolicella con la città: i personaggi del contado che facevano fortuna si trasferivano all’interno delle mura cittadine. È il caso di Giovanni Monticoli, proveniente dal castello di Monteclo, che poi diventerà Bure, il capostipite della famiglia Montecchi, quella di Romeo.

Riprendono e si intensificano rapidamente la lavorazione e l’esportazione di pietra a lastre e di marmo rosso per la costruzione delle cattedrali romaniche: di marmo rosso sono i protiri e le sculture di molte cattedrali della pianura padana, da Ferrara a Modena, a Reggio Emilia, a Parma, dove pure di marmo rosso della Valpolicella è l’intero Battistero.

Anche la produzione del vino appare in ripresa e con un’accentuata attenzione alla qualità: per la riscossione di alcuni affitti e livelli in natura l’abate di San Zeno a metà del XIII secolo chiede uva, ma proveniente dalle colline della Valpolicella, la zona ancora oggi di maggior pregio.

Al dominio del Comune di Verona segue la signoria degli Scaligeri e nel 1311 Federico della Scala viene nominato Conte della Valpolicella dal cugino Cangrande della Scala e nei 15 anni seguenti sistema palazzi in varie località e rinnova e ingrandisce il castello di Marano: nel 1326 è coinvolto in una congiura contro Cangrande che lo esilia a Genova.

Con la crisi e la caduta dei Signori della Scalala Valpolicella come il resto della provincia passa sotto il dominio dei Visconti per alcuni anni, per passare a far parte della Repubblica di Venezia per quasi quattro secoli fino alla caduta della Signoria nel 1797. Fin dai primi anni la Valpolicella si dimostra alleato fedele, aiutandola Serenissima nelle guerre con l’impero e con i Visconti. Per questo si guadagna il titolo di fedelissima e il privilegio di scegliere, fra una rosa di nomi, il vicario della Valpolicella, un nobile chiamato a rappresentare gli interessi della vallata.

L’età della Serenissima è l’epoca dello sviluppo delle ville venete: ne sorgono un centinaio, soprattutto nella fascia pedemontana o sulle prime colline, vicine all’Adige o alle principali strade, ognuna con un bel palazzo signorile, degli ampi rustici, un giardino con fontane e con un brolo (un campo coltivato a vigneto e frutteto) circondato da un alto muro. Talvolta c’è anche la cappella privata, ma con un ingresso pubblico e nel Settecento si diffonde la moda dei viali alberati, magari di cipressi.

Nel frattempo, con la crescita della popolazione, vengono ricostruite, ampliate, elevate ex novo numerose pievi e nascono le parrocchie, cioè ogni chiesa è retta da un curato, pagato dai fedeli stessi. Il Vicariato della Valpolicella si è dotato di un proprio palazzo al centro di san Pietro in Cariano.

Intorno al 1630 si abbatte sulla Valpolicella, come su tutta Italia, il terribile flagello della peste, quella raccontata da Alessandro Manzoni ne I Promessi Sposi: nel giro di un anno muoiono più di metà degli abitanti, lasciando deserti contrade e campagne, tanto che occorrerà ben più di mezzo secolo per recuperare il livello demografico ed economico precedente.

La fine della Repubblica con la calata in Italia di Napoleone Bonaparte provoca una pesante crisi nel ceto aristocratico, si affermano nuove famiglie borghesi di commercianti e finanzieri, ma la vita nelle campagne non cambia. I 30 comuni rurali vengono ridotti a meno di 10 e dopo il Congresso di Vienna inizia la dominazione austriaca che non lascerà grosse tracce nel territorio, se non la costruzione di alcuni complessi difensivi intorno alla Chiusa di Ceraino: negli anni ’50, dopo la prima guerra di indipendenza, vengono costruiti, tra gli altri sul letto del fiume e sul versante di Rivoli, i forti di Monte e Ceraino e la strada che li collega.

L’Ottocento è un secolo duro per i contadini: i contratti agrari sono più pesanti, sono frequenti le annate di carestia e gravi malattie della vite, del baco da seta, dell’olivo falcidiano i raccolti. L’emigrazione della seconda metà del secolo interessa, seppure con un certo ritardo, anchela Valpolicella, soprattutto nella fascia più alta, dove la popolazione era già abituata ad emigrare stagionalmente negli stati oltralpe per lavorare nei cantieri edili, o nelle miniere.

Nelle proprietà più grandi comincia a diffondersi, accanto alla tradizionale e prevalente pratica del seminativo alberato e vitato, il vigneto specializzato, nascono le prime cantine moderne e le cantine sociali mentre il vino della Valpolicella affronta l’esame della grandi rassegne internazionali, ad esempio a Parigi o Vienna. A cavallo del secolo si scatena la grande epidemia di fillossera, una malattia delle vigne che risparmia solo le grandi pergole davanti alle facciate delle corti e che costringe a ripiantare tutti i vigneti: il paesaggio cambia e alle viti maritate ad alberi come, frassini, olmi e aceri, si sostituiscono regolari filari con pali e pergole.

La Grande Guerra del 1915-18 è stata molto sentita, sia perché ha praticamente eliminato generazioni di giovani, sia perché la prima linea era molto vicina (ancora oggi la Valpolicella confina col Trentino, che allora faceva parte dell’Impero) ed erano molto diffusi interventi di sistemazione di strade e difese di retrovia. Inoltre le valli e le grotte della zona hanno ospitato i numerosi disertori che abbandonavano le vicine zone di guerra o i giovani del posto renitenti.

Nel ventennio fra le due guerre, che vede l’affermazione del regime di Mussolini, dopo scontri sociali anche violenti in varie località fra le leghe bianche del Partito Popolare e gli agrari appoggiati dal partito fascista, si estendono anche in aree marginali le campagne coltivate, con una ripresa del terrazzamento dei pendii con costruzione di muri a secco e si diffonde la meccanizzazione agraria.

Durante la seconda guerra mondiale la Valpolicella ospita in molte ville svariati comandi militari tedeschi, mentre la vicina linea ferroviaria del Brennero è spesso sottoposta a massicci bombardamenti che coinvolgono anche le zone limitrofe. Il movimento della Resistenza si diffonde e opera soprattutto nelle zone montuose.

Nel dopoguerra, dopo un primo decennio di abbandono delle campagne e delle colture tradizionali, specialmente nelle fasce montana e collinare, l’agricoltura vede una lenta, ma ininterrotta ripresa, affidata in un primo tempo alla frutticoltura e poi a un costante e crescente apprezzamento del vino di qualità e quindi della viticoltura.

Con l’espansione urbanistica legata al boom economico,la Valpolicella diventa la zona residenziale di pregio di Verona, destinata ad assorbire l’esodo legato a un eccessivo inurbamento: ciò ha provocato una massiccia urbanizzazione di alcune aree pianeggianti, ma ha lasciato intatte le colline, le valli più piccole, le zone montuose, cosicché, una volta entrati nel cuore della valle, infiniti sono i percorsi e gli angoli in cui immergersi per godere un paesaggio unico.

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