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Storia recente del paesaggio della Valpolicella

Il paesaggio della Valpolicella è da qualche anno in prima pagina su ogni giornale e viene chiamato in causa su ogni questione non solo locale. Nel corso degli anni si sono viste prevalere diverse teorie: negli anni Sessanta Settanta era diffusa l’idea chela Valpolicella sarebbe stata la sede ideale della residenza di pregio di una classe media in fuga dagli ingorghi della città, successivamente si convenne che occorreva dotare ogni Comune di una propria area produttiva artigianal – industriale, in modo di trattenere in zona gli antichi abitanti. Ora il risultato di tali pur fondate opinioni è visibile in ogni angolo della valle e se si vuole avere una bella immagine della Valpolicella è necessario chiudere gli occhi al momento d’entrarci e poi tenere ben fermo lo sguardo su un’area circoscritta. Non credo che serva molto chiamare in causa la speculazione o la negrarizzazione: la responsabilità va ricercata ad ampio spettro e perfino molti difensori odierni del paesaggio integro e incorrotto hanno a suo tempo messo in vendita i loro bei lotti edificabili (mi pare che ci sia anche il caso fortunato di qualche cantiniere immobiliarista: niente di male, ovviamente). Si sono salvate alcune aree, risparmiate dalla prima ondate e difese poi con le unghie e coi denti nell’ultimo ventennio da qualche amministratore illuminato e impopolare.

Oggi la nuova teoria imperante è quella enofila:la Valpolicellaha un’antica vocazione vinicola (millenaria: Cassiodoro, Federico della Scala e via citando), una vocazione naturale che va difesa e imposta su qualsiasi altra pretesa.

Sull’antica vocazione vanno espressi quantomeno dei dubbi: fino a cento anni fa, o forse meno, la vite si coltivava dappertutto, lungo i fossi della pianura come in Lessinia, perfino nei cortili di città. L’Amarone è un’indovinata recentissima invenzione di un enologo conoscitore del mercato del vino, più che della nostra storia e il Recioto amaro di mia nonna era tutt’altra cosa. Comunque, fino al boom dell’Amarone,la Valpolicellaha sempre venduto soltanto vino comune, rosso e bianco, con varie denominazioni. La tradizione del vino di qualità è stata meritoriamente costruita di recente e di questo possiamo essere tutti orgogliosi. Sulle tradizioni più antiche ha cominciato a intervenire un secolo fa la fillossera, costringendo a piantare vitigni americani, poi è arrivato il fil di ferro che ha reso inutile il sostegno vivo, poi la fine della cerealicoltura (prima della rivoluzione industriale il prodotto principale dell’agricoltura valpolicellese era il frumento: io ricordo ancora qualche giornata di autunno con le file di grappoli ai piedi delle vigne a marcire in attesa che qualche compratore d’uva si facesse avanti), infine l’Amarone, l’IGP e il Guyot d’importazione, che sta invadendo non solo le aree un tempo a piantata o a pergola, ma anche ciliegeti e frutteti vari. L’unico elemento di antica tradizione che si è conservato è quello dell’appassimento dell’uva, un tempo utilizzato, forse, non solo per ottenere un vino di alta gradazione, ma per completare una maturazione in qualche annata piuttosto difficile.

Un discorso a parte meritano le marogne, ossia i muri a secco che sostengono le terrazze lungo molti pendii delle nostre vallate: pur non essendo antichissime (non sono documentate prima del ‘400, e si sono diffuse in una prima ondata fra Sette e Ottocento, e poi soprattutto nell’ultimo secolo), sono un elemento caratterizzante del paesaggio della Valpoliicella, ma sono state prese di mira fin dai primi impianti moderni (vedi Monte Gradella) e continuano a essere eliminate: ci sono casi recenti non solo al Maso di Negrar, ma anche nelle valli di Marano e Fumane. Oddio, non si può pretendere che in ogni caso un muro a secco sostenga le tonnellate di un trattore e di altri macchinari, inoltre molte quare sostenute da marogne rimanevano in pendio (vedi quelle dell’Abate Lorenzi a Cavarena), sia perché non c’erano allora gli strumenti per realizzare scassi profondi, sia perché a monte, sotto il sottile strato fertile, c’è roccia o terreno inerte. Per cui, se si vuole riportare a coltura un pendio (e un pendio coltivato è sempre meglio di uno sgrebano: l’ho dovuto ammettere quando qualcuno, per piantare quattro striminziti ulivi, con o senza autorizzazione, ha posto fine al più bel sito di orchidee selvatiche della Valpolicella, e forse della provincia, che era sul Monte Incisa di Fumane) e senza pericolo per il contadino (tra parentesi in Valpolicella non si parla più di contadini, ma di viticoltori e anche questo è forse un segnale di continuità con le tradizioni), è necessario, in molti casi, ridisegnare le marogne e lo si può fare con buona maniera, con tratto leggero, mantenendo in vita qualche segno della vecchia agricoltura: la vasca in pietra, la scaletta di collegamento fra le terrazze e così via. Ci sono architetti e tecnici, ben più esperti di chi scrive, i quali potrebbero suggerire caso per caso qualche idea.

Ma ci vuole cultura e sensibilità e non solo, non tanto, da parte del singolo

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