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La vendemmia, qualche decennio fa

Della vendemmia oggi ci accorgiamo perché da un giorno all’altro le strade si riempiono di trattori che trainano pile e pile di plateau di uva, poggianti su un pianale e due ruote malferme. Un tempo, prima dell’arrivo nelle campagne della moderna tecnologia, la vendemmia era uno dei più vivaci appuntamenti dell’anno agrario. La data di inizio, oggi fissata da un Consorzio, a seconda dall’andamento stagionale, era di solitola Madonnadel Rosario di ottobre, almeno per chi vendemmiava per sé. Chi vendeva l’uva doveva cercare, e a volte implorare, il compratore: così capitava, qualche anno, di vedere, ai piedi delle viti, mucchietti di uva in attesa di essere raccolta e consegnata a chi tirava avanti qualche giorno per strappare un prezzo ancora più basso. Non erano ancora i tempi grassi dell’Amarone, quella dell’uva era soltanto una delle entrate dell’annata, quasi mai la più importante, dato che tutte le famiglie contadine puntavano sul grano da vendere o trasformare in pane e sul granturco per la polenta anche tre volte quotidiana.

Ma la vendemmia era comunque una grande festa per tutti: per chi si portava a casa con le sue forze la poca uva e la pigiava quasi tutta, mettendone da parte solo un po’ per il recioto delle grandi occasioni e per chi doveva organizzare il lavoro di decine di persone per settimane e settimane. Per la vendemmia infatti le corti più importanti si popolavano di portarine, ragazze delle Lessinia chiamate a vendemmiare, ma soprattutto a portare a casa a spalle l’uva in cesti di vimini, due a due con l’arco di legno (la zèrla o dèrla). I cesti venivano sollevati fino ai granai dove erano sistemate una o più peagnè, palchi di graticci di canne dove l’uva veniva messa ad appassire.

Tra i filari, lungo le capezzagne e nella corte, lavorando si cantava, si parlava, la presenza delle portarine era l’occasione per lo sbocciare di nuovi amori che talvolta sfociavano in matrimoni.

Per quanto riguarda i campi non erano vigneti, come si diceva, ma non si trattava neppure di veri e propri filari, almeno fino alla grande infestazione della fillossera (a cavallo fra ‘800 e ‘900) che costrinse a sostituire tutte le vigne, eccetto le pergole delle corti, con viti americane, su sui innestare le varietà nostrane, o quelle di moda allora, quando non c’era ancora nessun disciplinare a dettare legge. Prima i filari erano a pontezi: due (da cui il termine bine, che in latino significa a due a due), o raramente tre, viti erano piantate vicino a degli alberi, di solito frassini, olmi o aceri, utilizzati come sostegni vivi, e i tralci delle viti legati ai rami, per cui era necessario un grande cavalletto sia per potare che per vendemmiare. Con l’introduzione di pali secchi il campo cambiò aspetto e al posto dei pontezi si cominciarono a vedere i tendoni, cioè viti a allevate a tralci lunghi anche da un filare all’altro: la pergola moderna cominciò ad affermarsi con la scoperta del fil di ferro.

Occorre in conclusione dire che non tutte le famiglie dedicavano la stessa attenzione all’uva e al vino: allora, come del resto oggi, produrre il vino richiedeva non solo tempo e abilità, ma soprattutto passione, un certo orgoglio e un solido gusto per il bel vivere e la buona tavola.

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